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venerdì, 28 luglio 2006

Un pezzo di strada 

Per giungere a Varenna, luogo d’arresto dell’erede della casa regnante che firmò le Leggi Razziali e co-protagonista dell’imperialismo assassino nel Mediterraneo e nel Corno d’Africa, (con migliaia d’italiani in file serrate verso il macello), da Milano è una linea retta con una sola curva in quel di Lecco, 90 km suppergiù su tre corsie d’asfalto, tir e panorami di cemento e lattice disperso nei piazzali di sabbia e sassi. Sterpaglie umane stipate in casermoni di due finestre e un balcone con armadio, tavolo, due sedie, parabola e di questi tempi pure la bandiera italiana. Quel territorio di nessuno, lo chiamano Brianza. “Patrimonio mondiale della gente che lavora”, così sentii dire anni fa da un distinto e ignorante direttore di una fabbrichetta di fazzoletti di carta sottomarca, dipendenti in nero, vessati da ogni genere di contratti, perché al di là della legge Biagi, esiste una parallela legislazione del lavoro risolta in minacce, rinunce, pretesa di guadagni milionari, ore di lavoro anche la domenica, ricordo la faccia risoluta di un mio ex collega che ammise di essere pronto a rinunciare alla gioventù pur di intascare qualche soldo. La Brianza è la retorica legge della rinuncia, svuotata in questi anni da tutti quei connotati che la caratterizzano fino a mezzo secolo fa: rinuncia e fatica atte a garantire alla propria famiglia, ai propri figli un “futuro migliore” o quantomeno di sicurezza da perpetuare, (una casa, la possibilità di studiare, il collegio, le cure mediche). Oggi al contrario ecco che la fatica del rinchiudersi per ore in una cella da lavoro, è finalizzata alla quotidiana tappa lungo tutti i bar del paese, della città, del supermercato, (non a caso alle ultime elezioni nazionali, provinciali, le coalizioni di destra avevano cooptato fra le proprie fila gli stessi baristi trasformatisi in icone di successo, favoriti da disposizioni ad hoc per mantenere i locali aperti fino ad ora tarda, con musica ad alto volume e tavolini distribuiti come gramigna in ogni spazio lasciato incolto) a consumare happy-hour, ingozzandosi di paste fredde, tartine riscaldate, tranci di pizza surgelata, alcolici a iosa perché uno solo non basta per slegare la lingua e mostrare il portafoglio rigonfio di banconote; all’acquisto alla nuova Golf con l’alettone, gli interni in pelle dove far accomodare la ragazzina con l’ombelico scoperto che la da via facile e se non lo fa gliela faccio dare via io al più presto possibile; per i capelli, i pantaloni, le scarpe che se ti rapiscono tutto intero, sfami chissà quante famiglie; per la vacanza sul Mar Rosso con la fanghiglia dei tuoi rifiuti sputata sulla spiaggia, il corallo risucchiato dall’avidità di bellezza da esporre nel nuovo soggiorno della villa in Sardegna o a Livigno. Lo status symbol di queste famigliole di contadini, operai, falegnami, ragionieri che hanno compiuto nel corso di una generazione il salto di classe, trasformandosi in rampanti yuppie con la smania di costruire, far soldi, arricchirsi. Ed ecco spuntare capannoni ovunque, terzisti per ditte metalmeccaniche che non esistono più, (impossibile non citare il caso di Lecco con la sua famosa classe metalmeccanica ormai scomparsa, protagonista nelle occupazioni d’inizio ‘900, gli scheletri delle fabbriche abbattuti e gli spazi riempiti da mirabolanti idee partorite dagli incensati Renzo Piano, come il Centro Meridiana, torri a specchi di una Berlino post-moderna, rimaste vuote, i piani interrati strabordanti negozi e un ipermercato; o da palazzoni block-comunisti con appartamenti dai prezzi esorbitanti), piccole imprese di 5, 6 persone dove si lavora ogni giorno con una manodopera sempre meno qualificata, ricattata, prona ad ogni genere di servigio. Una nuova classe sempre più famelica che fa tabula rasa di un territorio già devastato: impossibile non notare la cava nel Monte Cornizzolo a pochi chilometri da Lecco, una ferita a cielo aperto che strappa il fiato e se voltate il capo, ecco i vagoncini che trasportano il materiale estratto verso le ciminiere e i forni della Cementeria di Merone, gestita dalla Holcim, che non paga di aver causato decine di morti per silicosi, scempi ambientali (cave ovunque, poi “gentilmente” riempite di acqua per creare delle oasi naturalistiche), ora si converte in termovalorizzatore per lo smaltimento dei fanghi milanesi e di medicinali, e se uno si aspetta una protesta compatta, sbaglia di grosso, le concessioni vengono puntualmente rinnovate in cambio di opere pubbliche, biblioteca, strade, barattando la vita in cambio di un servizio. Il grado di connivenza direttamente nel piatto che mangi e la gente che sopporta e che rincoglionita si getta felice in un’open day della Cementeria, per visitare e assicurarsi della sicurezza degli impianti, con un bel caschetto e pasticcini nello stomaco e quante altre sono le aziende a rischio Seveso, i piani d’evacuazione mai letti e poi ti stupisci per le acque della Bevera (quei fiumiciattoli che scorrono fra i campi e dove un tempo i miei nonni e genitori andavano a tuffarsi, giovare, pescare quei gamberi di fiume ora scomparsi) che ciclicamente si tingono di colori irreali e una volta la colpa è della cisterna lavata, l’altra è degli scarichi di quella piccola azienda, l’altra volta ancora non lo sai e puoi solo lamentarti perché il grado di commistione fra politica e affari è ormai la regola comune per ogni situazione, amicizie, regali, modi d’agire, quando gli industriali si sono sostituiti allo stato, quando i comuni sono tenuti in piedi dalle concessioni bonarie dei potenti per la ristrutturazione di asili, parchi, con l’elargizione di assegni cospicui per la sopravvivenza di squadre di calcio, (esemplificativo il caso di una società sportiva sponsorizzata dalla Dow Chemichals, responsabile del disastro di Bophal: la vista dei bambini in campo con quella scritta era agghiacciante!), iniziative culturali, come si possono pretendere controlli assidui che garantiscono la salute dei cittadini? È questo un territorio spogliato di vita e ridotto a dormitori: ogni collina una schiera di villette per ospitare coppiette vogliose dei due piani, del centimetro quadrato di erbetta inglese dove far pisciare il cane e abbronzarsi per non arrivare bianca in spiaggia o famiglie di milanesi che stanchi della vita metropolitana scelgono la provincia, desiderando però e conquistando col ricatto tutti i generi di comfort della città: e quindi casa in collina, isolata ma con una bella spianata di asfalto che permetta loro di risalire la strada con i loro Mercedes e Movolume da 50 mila euro, il ristorante, il locale figo, la piscina, il turismo: ed ecco la Brianza, ammirata da Stendhal con i suoi laghetti millenari, ormai atrofizzati, senza pesci e l’acqua ridotta a una frittura di alghe in candeggina che qualcuno pensa di rilanciare nella peggiore maniera con la distruzione di centinaia di metri di canneto per la costruzione di una piscina olimpionica, con vasche coperte e scoperte, dotate di scivoli, con annessi prati per sdrai e topless, campi da calcetto, tennis e l’immancabile locale con orribile musica caraibica, rigorosamente a pagamento (ne sorgono a decine di queste piscine intercomunali, che dovrebbero essere un regalo per la comunità, peccato che siano sempre a pagamento: oboli per costruirle e poi per usufruirne) ed ecco che d’estate famiglie intere versano giornate di lavoro per tuffarsi nel cloro e riempirsi di gelati confezionati, coppiette che pigiate una accanto all’altra si conquistano nell’amore. Una Brianza incanalata in binari prestabiliti: l’incapacità di godersi del proprio tempo e del proprio spazio, paesi morti, con due negozi al massimo, senza una vita propria, con i cittadini che se ne sbattono di stare per le strade, di parlare con gli altri, la vita delle corti spazzata via da unità autosufficienti che se ne fregano di dialogare fra loro, lo scambio di esperienze vietato fin dalle origini, nessuno più si conosce, ricordo che i miei vicini mi potevano ospitare da loro a mangiare, a dormire persino se in casa c’erano delle difficoltà, i cortili vissuti per giorni interi in partite di calcio, biglie, gare in bici, liti furiose per futili motivi risolte o non risolte questo non importava, ora invece i ragazzini del mio paese li trovi chiusi nei bar o supermercato dove bighellonare per ore con le mani in tasca o a impennare nel parcheggio vestiti come gli eroi degli amati reality show, nemmeno più i bulli di una volta esistono, nemmeno più i criminali di una volta, quelli che li capivi dallo sguardo, che ti facevano paura, che si muovevano lontano da te, ora invece la zona grigia si è espansa e non si capisce più nulla, sfogli i giornali e gli arresti sono continui: truffe, spaccio, furti, spesso compiuti da giovani bene, che non avresti mai detto, di reti di spaccio diffuse ad ogni livello, nei parcheggi del tuo paese, la noia continua che provoca assuefazione e la “politica” (non intesa strettamente come partiti, ma come modo d’essere, idee, proposte) che non risponde perché non ha nulla da mettere sul piatto della bilancia e così ci si domanda come possa la Destra raggranellare sempre voti al Nord, perché non muore mai: semplicemente perché è abile a indirizzare questo malessere in valvole di sfogo verso gli stranieri (alla Moschea del mio comune vengono richieste garanzie su garanzie strutturali per concedere l’apertura, poi rispettate, quando tutti sanno che la buona metà delle aziende non sono a norma, che la stessa palestra delle Scuole Medie era rimasta in piedi con chissà quali permessi firmati per decenni), colpevolizzati per qualunque situazione di rischio, senza considerare come il vero motore dell’industria locale sia ormai la loro forza lavoro disposta purtroppo a tutto, basta farsi un giro la mattina presto o la sera tardi per incontrarli su motorini, scooter, macchina di quarta mano con le facce stravolte di lavoro; oppure a drogare le coscienze nell’immobilità, stimolando l’arricchimento costante, l’ignoranza, la pacificazione del pensiero su un cardiogramma piatto, che produce mostri come Castelli, Lorenzo Bodega (ex sindaco leghista di Lecco e ora parlamentare), che rispecchiano in pieno l’aggressività locale, diffusa anche a quella sinistra ininfluente e con gli stessi intrallazzi delle destra (che amministra la Provincia da anni, senza particolari cambiamenti, anzi…). Da Lecco arrivare fino a Varenna, senza transitare per i tunnel è uno spettacolo della natura, la magia del lago rimane intatta pur assediata dall’edilizia (motore trainante dell’economia), ville, parcheggi di chi vuole trattare la natura come uno schiavo da buttare quando non ce la fa più a rialzarsi per la fatica ma prima di arrivare, studiate Lecco e sotto il Resegone, la montagna resa celebre da Manzoni, noterete un parallelepipedo/cubo grigio scuro, beh quello è il nuovo ospedale, per il quale è già stato condannato quel Caltagirone nominato se non sbaglio cavaliere del lavoro: centinaia di posti che non possono essere utilizzati per la mancanza di personale. In quella struttura si può leggere bene l’anima di questa terra: famelica, ostentatrice di una forza che non possiede e prevaricatrice su chiunque lo circondi ma se voltate lo sguardo, all’altro capo della città c’è il San Martino, quella montagna a rischio crolli che potrebbe essere la tomba di Lecco, beh, in quella montagna risiede il monito del futuro: quando il bicchiere sarà colmo, la frana sarà inevitabile. Sommergerà tutto ma è facile scommettere che saranno i soliti a salvarsi. 

Postato da: Mele_Troppo_Marce a 12:58 | link | commenti (1)


Commenti
#1   28 Luglio 2006 - 18:11
 
son di passaggio... ti saluto fortemente
F.
utente anonimo

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